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VISION  

Considerazioni

Alcune considerazioni sul numero zero e stato di avanzamento del progetto di Vision


Francesco Grillo, Giovanni Moschetta, Vincenzo Schioppa



La questione della complessità e la qualità della "politica" come fattore decisivo di progresso
The good life e... ridefinire la nozione di benessere e gli obiettivi del policy making
Creare una think tank europea
Vision e... prossimi passi

***

A questa pubblicazione sono "attaccati" diversi obiettivi: il rilancio di Vision come luogo di "protezione" delle idee e di elaborazione di soluzioni a problemi complessi, la proposta di una rivista quadrimestrale che per Vision diventi canale di aggregazione e diffusione dei progetti raccolti, l’avvio di una partnership progettuale tra think tank europee (Vision con la policy unit inglese Demos e la federazione di clubs francese Convictions), la sistemazione di una serie di riflessioni di natura diversa sulla questione a nostro avviso centrale della definizione della nozione stessa di benessere in una Societa’ avanzata. Queste aspettative diverse e tutte ambiziose sono pero’ collegate tra di loro da un’intuizione di fondo: la variabile che piu di qualsiasi altra fara’ la differenza nella quantita’, nella qualita’, nella diffusione di progresso, sara’ nei primi anni del prossimo millennio la capacita’ della politica di leggere, di governare fenomeni sociali, economici di straordinaria complessita’.

Vision, rivista, think tank europea, la questione del benessere, il problema della complessita’ e la necessita’ di inventare una politica che tale complessita’ sia capace di gestire... forse conviene andare al contrario cominciando dalla cornice di motivazioni, valori, spazi che Vision ha scelto e che differenziano questa iniziativa e questa rivista rispetto alle altre... cominciando proprio dall’intuizione che abbiamo appena descritto: perche’ mai riteniamo decisiva la politica, quella politica incapace persino di compiere il proprio rinnovamento, di definire un proprio futuro possibile? Non avevamo forse stabilito che le Societa’ complesse possono benissimo prosperare e progredire facendo a meno di quella attivita’ sostanzialmente marginale che e’ l’attivita’ di governo?

La questione della complessita’ e la qualita’ della "politica" come fattore decisivo di progresso

Tra poco anche le ultime frontiere della convergenza saranno spazzate via, e da quel momento la rivoluzione incompiuta (quella virtuale delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione)rilevera’ in maniera ancora più netta la sua incompletezza, l'incapacità dell'uomo di sfruttarne il potenziale: ciò e, forse, la questione che - come spiegano diversi dei contributi che abbiamo raccolto - rende così diversa questa strana rivoluzione invisibile rispetto all'altra grande avanzata tecnologica degli anni sessanta. Il progresso dell'immediato dopoguerra più rapidamente riuscì a cambiare la nostra esistenza, la geografia delle nostre città, a tradursi in benessere... e, soprattutto, quella rivoluzione fu accompagnata da una maggiore capacità delle leadership politiche di comprenderne le conseguenze, di governarne i risultati.

Tra poco le ultime frontiere della convergenza saranno abbattute e da quel momento la qualità della politica costituirà il più importante fattore di sviluppo ulteriore delle Società di avanzata tecnologia: è questa probabilmente la visione che più di ogni altra ha motivato un gruppo di giovani professional a mettere a rischio il proprio tempo, le proprie carriere per un grande sogno. L’intuizione è dunque che la politica, intesa come attività di governo di problemi complessi, non di breve periodo, non riferibili ad ambienti in qualche maniera delimitabili (come un'azienda), meriti un investimento importante, molto più importante di risorse umane, di competenze di alto livello, di talento. Non è solo questione di passione e neanche di sola "tensione morale" o di doveri etici che pure sono indispensabili per accettare una simile sfida: è la identificazione dei processi politici quale "collo di bottiglia" per l'intero progresso sociale, economico, culturale delle moderne Società industriali. L'intuizione di fondo è cioè che nella storia infinita della disputa sul ruolo dello Stato (o per essere più precisi dell'attività di governo) siamo in un momento in cui diversi elementi si sono allineati determinando una maggiore urgenza della necessità di dover migliorare il processo con i quali l'uomo agisce come comunità rispetto a quella di dover migliorare la sua capacità di agire come individuo.

Non intendiamo certo dire che è necessario avere più Stato ed è anzi nostra convinzione che quantitativamente il settore pubblico debba essere ridimensionato di diversi ordini di grandezza e che praticamente qualsiasi attività di produzione di beni e servizi possa più proficuamente essere svolta dal privato nel quadro di un panel più o meno rilevante di incentivi. E tuttavia il problema vero è un problema informativo e poi di capacità di governo. Non sappiamo cosa determina certi fenomeni di straordinaria importanza , non sappiamo come orientarne lo sviluppo e, addirittura, a molti tra i più imponenti fenomeni economici (ad esempio quello dell'unica globalizzazione davvero avvenuta che è quella del mercato dei capitali) non corrisponde istituzionalmente alcuna attività di governo con una pur minima possibilità di incidere.

Questo problema informativo è un problema politico perché è solo chi governa che istituzionalmente si pone l'obiettivo di avere una visione sufficientemente ampia.

La questione coincide con ciò che continuiamo in maniera più o meno contemplativa a definire Società complessa e noi abbiamo, invece, un di-sperato bisogno di rendere queste complessità più semplici.Ma, insomma, cosa è una Società complessa?

Nel 1984,1' Economist svolse un interessante esperimento; chiese a sedici persone, quattro ministri del tesoro, quattro amministratori delegati di multinazionali, quattro studenti del corso di economia di Oxford e quattro operatori ecologici di Londra di fare delle previsioni a lungo termine (dieci anni) sulle cinque seguenti variabili: il tasso di sviluppo medio del PIL nei Paesi più sviluppati (OECD), il tasso di inflazione medio per gli stessi Paesi, il tasso di cambio tra la sterlina e il dollaro, il prezzo del petrolio e l'anno in cui il prodotto pro capita di Singapore avrebbe superato quello dell'Australia. Nel 1994 l'Economist verificò i risultati: facendo la media delle previsioni quella più accurata era del 60% divergente rispetto al valore che si era effettivamente verificato e nessuna delle sedici persone aveva previsto che Singapore potesse superare l'Australia; la media delle previsioni sul prezzo del petrolio era di 40$ al barile contro un risultato di 17$. Passando poi ad esaminare la performance dei singoli gruppi la classifica indicava che i migliori previsori erano stati - primi ex aequo - gli operatori ecologici e gli amministratori delegati, al terzo posto si classificavano gli studenti ed al quarto i ministri. Questo esperimento è stato di recente ripetuto nel 1996: i risultati delle previsioni sono stati più o meno gli stessi, le previsioni si sono rilevate del tutto errate, nessuna differenza apprezzabile è stata determinata da diversi livelli di expertise. L'unica differenza è stata nella riduzione del periodo delle previsioni a tre soli anni ed insomma l'orizzonte temporale di imprevedibilità si sta ulteriormente accorciando. Le conseguenze di quanto esemplificato dalla storiellina sul tasso di sconto e, dunque, sugli investimenti a medio lungo termine, come la scuola, gli investimenti della NASA, la lotta ai tumori e quella all'inquinamento sono semplicemente devastanti. E con gli investimenti a medio lungo termine, finisce col perdere significato, spazio anche l'attività di governo.

Al di là delle significazioni di sistemi e società complesse di derivazione fisica, cibernetica o filosofica diciamo che Società complessa è semplicemente una Società che non conosciamo, che ormai possiamo solo descrivere, ma che non possiamo prevedere e dunque governare. Uno dei contributi raccolti dimostra come siano saltati ormai - e da molti anni - tutti i più consolidati meccanismi interpretativi: negli anni sessanta gli economisti riuscivano persino a disegnare una curva (di Phillips) che metteva in stretta correlazione la quantità di disoccupazione e l'inflazione... quella relazione è completamente saltata e con essa più recentemente sono saltate correlazioni ben più importanti: quella tra tassi di interesse e crescita del PIL, tra crescita del PIL e posti di lavoro e come se non bastasse, per rendere la vita complicata a chi tra i politici si mette a studiare economia, è saltata persino la più pacifica relazione tra posti di lavoro mantenuti o generati e consenso sociale. E del resto, passando dall'economia alla politica, i conservatori hanno perso in Paesi in cui il conservatorismo è senz'altro dominante e, più recentemente, la sinistra si ritrova a dover perdere proprio mentre concentrava tutte le sue energie per "sfondare al Centro". E allora cosa produce consenso (che è indispensabile non solo per continuare a governare ma anche per riuscire a generare cambiamento visto che cambiare necessita di una forte quantità di energia, di aspettative, di consenso appunto)? Cosa è il benessere in una Società tecnologicamente avanzata e in che misura posso generare benessere se dovessi accorgermi che gli strumenti tradizionali stanno diventando sempre meno efficaci? Ecco, una Società complessa è una Società che non conosciamo (nel senso socratico del termine) e nella quale però, più o meno allegramente, viviamo, continuando ad applicarci meticolosamente alla qualità dei dettagli senza trovare il tempo (o il coraggio?) di capire cosa possiamo fare per ridurre l'irrazionalità del sistema.

Complessità: tuttavia la nostra convinzione è che dobbiamo impedire che le complessità siano semplicemente da contemplare, che diventino il brodo di cultura per le solite, finte classi dirigenti che dall'irrisolvibilità del problema traggono il proprio sostentamento, per un moltiplicarsi di speculazioni, convegni, pozioni magiche, esperti, attività tutte uguali che finiscono con l'aumentare il rumore di fondo e rendere tutto persino più "complesso". Del resto non dobbiamo aspettare di maturare una nuova teoria generale per intervenire sulle situazioni che sicuramente determinano una riduzione di benessere, che sicuramente producono sofferenza, che senz'altro sono frutto dell'ingiustizia; del resto, è nostra convinzione che la non conoscibilità della cosiddetta Società complessa sia un problema come si dice di offerta e non di domanda, di mancata evoluzione degli strumenti conoscitivi, di inerzia, di pigrizia nostra e delle nostre classi dirigenti e non dipendente, dunque, dalla natura assolutamente nuova dei problemi da affrontare.

La questione è che le complessità per essere sciolte, esigono una combinazione di tutte le cose che già usiamo separatamente: filosofia, economia, comunicazione... il problema non è nelle tecnologie che sono andate troppo avanti; è negli strumenti di interpretazione rimasti inchiodati ai tempi della penultima rivoluzione dagli equilibri di ideologie che si trasformano ma che non muoiono, dalla cultura degli esperti e delle specializzazioni.

Il punto di vista dal quale recuperare potere informativo, capacità di leggere e governare la Società nel suo complesso è per definizione quello del politico, di chi governa, quello di chi per mestiere deve governare sistemi complessi. E però se pensiamo per un attimo alle variabili che producono, registrano progresso - cultura, governo, tecnologia, economia e (molto più recentemente ed in maniera potente) finanza - ci ritroviamo a dover constatare che la tecnologia è andata avanti con grande rapidità, che la finanza l'ha in poco tempo raggiunta, che l'economia reale è rimasta indietro, la cultura ancora più indietro e che la politica (gli strumenti della politica, ma anche le pubbliche amministrazioni) è, rispetto ai ritmi della tecnologia, rimasta quasi ferma. E tuttavia, come in qualsiasi sistema se una delle variabili non è veloce come le altre, essa condiziona anche le altre.

Ridare efficacia all'attività di governo: se non ci riusciamo, se non ci proviamo, tentando di sfruttare ad esempio lo spazio per l'innovazione che l'integrazione politica europea rappresenta, persino la tecnologia e l'economia si fermano, si avvitano, e persino il libero mercato diventa meno libero.

L'impegno, il nostro entusiasmo parte da questa motivazione: motivazione, forse, sufficiente per dare un qualche senso, una qualche missione persino alla nostra generazione; generazione che ha questo vantaggio: essere forse la prima e l'ultima sospesa tra cultura umanistica e manageriale, sogni di razionalità e tecnologie.
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The good life e ...ridefinire la nozione di benessere e gli obiettivi del policy making

"Life, liberty and the pursuit of happiness...". È con queste parole che comincia la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d'America: è così che Thomas Jefferson fissa e per sempre gli obiettivi del policy making di quel Paese orgoglioso che sarebbe diventato la nazione più avanzata del mondo ed in questa maniera punto di riferimento delle altre Democrazie occidentali... la vita, la libertà, la ricerca della felicità (la Dichiarazione parla appunto della ricerca della felicità e non del suo conseguimento e questo è un punto fondamentale che viene ripreso da molti contributi)...come stiamo messi su queste tre variabili dopo più di duecento anni? Indubbiamente abbiamo conosciuto un progresso impressionante. Chiunque lo neghi dovrebbe ricordare che molti dei nostri genitori hanno fatto in tempo a vivere senza l'illuminazione elettrica, senza riscaldamento ed ovviamente senza l'automobile e la televisione... se solo si pensa che oggi queste tecnologie non semplicemente supportano ma sono, in qualche misura, esse stesse la nostra vita, la vita di miliardi di individui, se solo riflettiamo sul fatto che la televisione che mezzo secolo fa non esisteva occupa dalle due alle sei ore delle giornate dei nostri figli, più tempo di quanto essi non trascorrano a Scuola, ci rendiamo conto del progresso ma anche della frattura: un'enorme frattura che si è creata tra ritmo di sviluppo di tecnologie (in un laboratorio e, poi, in un business plan) e quelli di maturazione di cose più disperse: economia, politica, educazione, linguaggi, antidoti individuali e collettivi rispetto agli effetti non desiderati che ciascuna tecnologia incorpora.

Ed è probabilmente in questa drammatica frattura l'inizio del problema. Per molti anni infatti le tecnologie e l'economia si trasformavano con una certa regolarità (e con disparità grandi ma, come dire, ritenute fisiologiche) in miglioramenti della salute (life), della libertà - autonomia individuale (liberty) e persino, se non della felicità, almeno dell'entusiasmo delle persone (happiness)...

Ed invece dagli inizi degli anni '70 si verifica la frattura ed essa diventa molto più evidente negli ultimi anni. Uno dei contributi di questa rivista prova a misurare il benessere in quattro delle sue diverse significazioni: crescita del prodotto interno lordo, speranza divita alla nascita, serenità (misurata in negativo dalla diffusione dell 'insonnia) e entusiasmo, "pensiero positivo (misurato anch'esso in negativo dalla propensione alla depressione per diverse generazioni). Le quattro curve hanno evoluzioni del tutto diverse: in pratica scopriamo che mentre abbiamo continuato ad aumentare la quantità di cose che produciamo e ci scambiamo (anche se con tassi di crescita declinanti e ciò è un enorme dettaglio), la quantità di serenità è sensibilmente diminuita e quella di ottimismo sta invece cadendo in maniera verticale; la curva della speranza di vita, infine, si sta appiattendo e, comunque, il PIL pro capite (e dunque la spesa pro capite in healthcare) riesce a spiegare poco della quantità di salute presente in un Sistema: lo dimostra il fatto che gli americani hanno un PIL tre volte più alto dei greci e che però i greci riescono a vivere più a lungo. Quest'ultima non è evidenza di poco conto se si considera che alcuni economisti ritengono la speranza di vita media sintomo di benessere di gran lunga più oggettivo, più diretto di quanto non lo sia il Prodotto Interno Lordo.

Le evidenze di Demos sulla quantità di persone che si dichiarano soddisfatti della propria vita è ulteriormente illuminante: la felicità non cresce con il crescere complessivo dell'affluenza di una data Società, mentre sembra assai correlata con la quantità di reddito che ciascuno di noi riesce a produrre rispetto alle persone che vivono nel nostro stesso ambiente: ciò equivale a dire che siamo in un segmento dello sviluppo sociale in cui creazione di benessere è, soprattutto, concetto agonistico, vittoria simbolica sul proprio prossimo ("tanatos") e non creazione di ricchezza. E la irrazionalità di questa concezione del benessere è sintetizzata dal messaggio, efficacissimo e violento, di un cartone animato americano: "La vita è quel gioco in cui vince la persona che quando muore ha più giocattoli."

Life, Iiberty and the pursnit of happiness ... Pil e tecnologie non riescono più insomma a fare da volano per conseguire quote crescenti dell'obiettivo che Jefferson aveva sognato e che, a parole, ancora domina l'agenda dei policy makers e degli economisti occidentali; le tecnologie sono troppo virtuali e il PIL è semplicemente obsoleto perché pensato per economie appena uscite dalla guerra e non certo per queste contraddittorie Società complesse... fatto sta che nelle democrazie occidentali il sogno é andato in frantumi, e la Nuova Politica dovrà ricomporlo: le cose che facciamo per migliorare la salute (life) sembrano perfettamente controbilanciate da quelle che la peggiorano; l'autonomia individuale (liberty) sembra soffocata dalla schiavitù dello status e dal conformismo con il quale dobbiamo pagare la membership card di una qualche tribù che ci rassicuri su questa insistente sensazione di solitudine; siamo liberi di cercare la felicità (the pursuit of happiness) eppure abbiamo sviluppato una pervricace tendenza a rimandare sempre le cose più belle e più importanti, ad infilarci in condizioni che felici non sono.

La domanda che tuttavia tutto ciò ci porta a sviluppare è se, in questa situazione, è ancora possibile sostenere il principio che ciascun individuo si comporta in maniera da massimizzare il suo benessere. Ciò rappresenta un punto importante perché se tale presupposto fosse saltato non sapremmo più come fare previsioni sul comportamento delle persone e sulle evoluzioni del sistema e, conseguentemente, non sapremmo più come orientarlo verso determinati obiettivi politici ed economici. È razionale pagare maggiore PIL con sempre più vaste privazioni di benessere? È razionale muoversi in un area di rendimenti marginali così drammaticamente decrescenti senza neppure chiedersi se ha un senso tutto questo?

La sensazione è, pero, che il sistema applica un'attenzione quasi maniacale ai dettagli, mentre il quadro complessivo da segnali di squilibrio neurologico sempre più evidente. La cosa strana è, infatti, che la domanda sulla razionalità dei comportamenti trova ampio spazio tra quelle che ciascuno di noi, come individuo, si pone; eppure molto più raramente questa domanda ce la pomamo come Società, molto più raramente i politici e gli economisti vi dedicano tempo e scelte; e ciò è forse la questione vera che rende impossibile al singolo individuo trovare delle soluzioni al proprio problema esistenziale, in quanto il problema della divergenza tra reddito e benessere è problema politico.

Il nostro progetto si distingue però rispetto ad altri cenacoli per il coraggio di proporre possibili soluzioni. Vision sceglie di "mettere nel suo mirino" innanzitutto i numeri ed, infatti, una modifica dichiarata, ampiamente comunicata nei parametri comunemente utilizzati per misurare il benessere potrebbe indicare (come è successo per i parametri di Maasthricht) un percorso di cambiamento. In effetti il problema del Prodotto Interno Lordo come definizione di benessere è tutto nel potere informativo che viene attribuito ai prezzi di esprimere preferenze individuali: il problema non è dunque quello di far ridefinire il benessere da qualche professore o da qualche think tank, ma di progettare modalità più efficaci, sufficientemente efficienti che mettano gli individui nella possibilità di poter più compiutamente esprimere la propria, personale volontà.

Dalla modifica dei parametri possono svilupparsi strategie politiche orientate al benessere e che, a nostro avviso, devono riguardare sostanzialmente i tre decisivi momenti del policy making: l'educazione (e la gestione delle aspettative), la sicurezza (e la riprogettazione di welfare attivo, nucleo fondante della "terza via" di Demos), la generazione di iniziative imprenditoriali nel settore privato e in quello non profit (e la capacità di esprimere, dispiegare quote crescenti del potenziale individuale).

Ma dalla proposta di nuove misurazioni di benessere, dalla constatazione del limitato potere informativo sulle preferenze degli individui dei prezzi in economia (e dei meccanismi di delega in politica) deriva soprattutto una conseguenza: l'importanza della conoscenza, della circolazione delle conoscenze, delle informazioni, la diffusione tra le persone di metodi per imparare, per accedere alle informazioni, per poterle organizzare; un mondo in cui le informazioni e la capacità di utilizzarle sono più diffuse è un mondo più equo, nonché più orientato al valore: il riconoscimento dell'informazione e della capacità di organizzare informazione quale vettore principale di eguaglianza non è nuovo anzi è antico, eppure è - per l'avvento prossimo venturo di una nuova, straordinaria infrastruttura telecomunicativa - modernissimo. La differenza tra un mondo meraviglioso ed un mondo che, al contrario, si avviterà nei rendimenti decrescenti della crescita senza qualità è tutta nella differenza che c'è tra intelligenza e rumore di fondo e per vincere questa sfida c'è bisogno di sensibilità e competenze del tutto nuove.
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Creare una think tank europea

Questioni come quella della ridefinizione della nozione stessa di benessere, ma anche quelle che affronteremo in futuro del lavoro e dell'inclusione, dell'educazione e della gestione individuale delle aspettative, dell'affermazione personale e della sicurezza non possono, nella maniera più assoluta, essere affrontate cominciando da una prospettiva nazionale per poi negoziare le singole agende nazionali in determinazioni europee (cosa che accade attualmente). Il meccanismo deve essere rovesciato: sulla definizione delle grandi strategie è necessario costruire il confronto tra opinioni pubbliche, classi dirigenti o, magari, think tank di Paesi diversi; definiti i macroobiettivi bisognerà adattarli alle singole realtà nazionali.

È per questo motivo che siamo convinti che le questioni che possono restituire fascino ed efficacia alla politica debbano essere affrontate in una dimensione europea. Abbiamo scelto di darci una dimensione europea perché a livello comunitario più vaste saranno le domande di sviluppo di nuovi assetti istituzionali, nuove amministrazioni pubbliche, nuovi strumenti e strategie per istituzioni che, in parte, devono essere ancora sviluppate; ma anche perché inferiore sarà, rispetto a contesti nazionali, il fardello della tradizione, la forza dell'inerzia determinata dalla stratificazione nel tempo di leggi, pregiudizi e burocrazie, e, dunque, inferiore sarà il peso della conservazione che troppe volte ha fermato l'innovazione.

L'Europa può, dunque, essere vista come un grande spazio potenziale per immaginare innovazione politica, o perlomeno questa è l'opportunità che esiste e che vogliamo raccogliere. In effetti, per poter vincere la scommessa, come nota Mark Leonard di Demos, i rinnovatori radicali d'Europa devono anche sapere che gli esiti della "guerra" dell'integrazione non sono per nulla scontati e sarebbe un errore celebrare in anticipo il trionfo delle magnifiche sorti e progressive degli Stati Uniti d'Europa.

Ciò che si può dire con sufficiente certezza è che l'Euro fu pensato per creare un punto di non ritorno" (magari anche un pò artificiale) che avrebbe "costretto" le democrazie europee ad avviare l'integrazione politica: l'introduzione dell'Euro infatti unifica quasi automaticamente la politica monetaria dei diversi Stati membri ed elimina il meccanismo della svalutazione quale fattore di aggiustamento di diversi livelli di competitività: di fronte a questa situazione l'opzione di non integrarsi diventa molto più costosa ed improbabile dell'opzione opposta.

La conseguenza di tale fatto è che appunto siamo come Paesi europei di fronte a scelte piuttosto nette che non possono essere affrontate con approcci incrementali; ed infatti gli scenari possibili sono:

1. non andiamo verso un'integrazione politica più forte e a questo punto ci sarebbero due possibili sviluppi uno scivolamento più o meno spontaneo, selvaggio dei meccanismi di accesso e distribuzione di benessere (sicurezze, flessibilità...) verso i livelli del Paese più competitivo con enormi conseguenze sociali oppure una crisi dello stesso Euro ed una marcia indietro rispetto al punto di non ritorno con conseguenze politiche di non inferiore portata;

2. andiamo verso una maggior integrazione politica e tuttavia essa potrà essere realizzata attraverso almeno tre diverse modalità: un rafforzamento dell'attuale (sovra) struttura degli uffici comunitari, che è comunque una burocrazia (o forse una tecnocrazia) che non risponde ad alcuna sovranità popolare ed ha come tutte le (sovra) strutture un'elevata propensione a riferire a sé stessa; un ampliamento delle decisioni prese dal coordinamento che delle agende politiche nazionali fanno i ministri ed i capi di governo; tale meccanismo ha il difetto, pero, di realizzare l’aggiunta di un ulteriore livello di intermediazione al meccanismo democratico che collega i cittadini alle decisioni che li riguardano; la costruzione di processi di policy making europei, processi cioè che vengano realizzati coinvolgendo le opinioni pubbliche di più paesi in tutte le fasi: da quelle della partecipazione, a quella dell'elaborazione di progetti, di selezione delle classi dirigenti e delle politiche da realizzare, fino a quello dell'attuazione della volontà di governo.

Quest’ultimo processo è l'unico a nostro avviso che riuscirà ad evitare sia i bruschi traumi della mancata integrazione, sia quelli più lenti ed altrettanto inesorabili determinati da un'integrazione che sancisca nei fatti una riduzione permanente nei livelli di democrazia.

Stando così le cose, l'Euro è, quindi, tappa intermedia, fondamentale di processo politico che nasconde l'opportunità, non solo, di integrare e ridurre le possibilità di conflitti, ma persino quella di costruire una democrazia nuova e di farlo riferendosi alle caratteristiche di una Società che è radicalmente cambiata: un'opportunità che non è esagerato definire storica che la migliore parte della generazione che ha conosciuto la guerra mondiale consegna alla nostra generazione e che dobbiamo saper sfruttare.

Vision, Demos e Convictions scommettono dunque di poter giocare la propria partita di innovazione sul terreno dell'integrazione politica europea intesa come progressiva costruzione di una vera e propria democrazia continentale: una strada non priva di difficoltà (linguistiche, culturali, di assenza di opinioni pubbliche o di media realmente europei cui rivolgersi) e tuttavia la strada su cui più efficacemente possiamo "spendere" le nostre caratteristiche, ciò che è nostro vantaggio competitivo.
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Vision e ... prossimi passi


"Vision è un luogo di progettazione di soluzioni possibili ed ambiziose ai problemi complessi che le Società moderne devono affrontare. Il suo obiettivo è quello di raccogliere, proteggere, sviluppare idee, favorirne la realizzazione, contribuire ad aumentare il livello di logica e di creatività nel dibattito politico ed economico... pubblica una rivista su base quadrimestrale, diffonde i progetti raccolti in un sito Internet e attraverso eventi e gruppi di lavoro. Vision ritiene che le idee vengano prodotte dal confronto tra culture e competenze diverse: nei suoi progetti e nelle sue riflessioni mette insieme persone che provengono da varie esperienze: management, Università, governo, comunicazione e terzo settore. Vision crede che lo spazio naturale per l'innovazione politica sia quello europeo ed internazionale..."

Dalla lettura della missione che Vision si è data si colgono tutti gli elementi distintivi della proposta. L'urgenza di dover catalizzare risorse importanti nello sforzo di aumentare la comprensione, la governabilità dei fenomeni più importanti; l'assoluta centralità che viene data alle idee da qualsiasi parte esse arrivino in quanto sono ritenute comunque risorsa preziosa; l'assoluta indipendenza perché un "serbatoio di pensiero" che non sia indipendente non produce proprio niente; l'entusiasmo di chi Vision l'ha fondata ma anche il senso di una sfida e di una opportunità che verrà colta se saranno non poche le persone di qualità che dalla contemplazione della complessità e dei problemi vogliono passare all'immaginazione e alla sperimentazione di soluzioni.

L'idea di Vision nasce nel 1996 da un'esperienza di policy advise per il Professor Romano Prodi, diventato, poi, Presidente del Consiglio e Presidente della Commissione Europea; la sperimentazione nasceva per iniziativa di un gruppo di trentenni tutti provenienti da un segmento particolare della Società civile, quello delle Società di consulenza, delle Business Schools e delle Banche d'affari internazionali: un piccolo segmento di Società civile e di professionisti non radicati in alcun Paese, parte di una comunità, anzi di una business community in qualche maniera globale. Una comunità potenzialmente felice, eppure una strana classe dirigente lontanissima dai circuiti tradizionali della "politica", dell'amministrazione e sostanzialmente incapace di incidere su molte delle questioni più importanti o, perlomeno, incapace di incidere da sola.

Forse, Vision all'inizio era volontà di opporsi a questa triste rivolta delle èlites, di porre fine allo spreco di opportunità e di potenziale dovuta all'esplosione della Società in mille classi dirigenti tutte splendidamente isolate... Vision era proprio nell'intuizione dell'importanza di dover ricostruire culture ampie, globali (pluridisciplinari come si dice con uno di quei termini che l'uso eccessivo rende poco credibili) in grado di rispondere, accompagnare, governare la globalizzazione - vera o presunta - della tecnologia e delle economie. Il tentativo, il primo, era infatti quello di provare ad applicare in politica metodologie, strumenti di problem solving tipici delle Società di consulenza e delle multinazionali. La sperimentazione, indubbiamente positiva, a tratti esaltante sarebbe culminata con contributi importanti al programma dell'Ulivo sui temi - apparentemente centrali - della questione del Mezzogiorno, della riprogettazione delle Pubbliche Amministrazioni, della definizione di architetture istituzionali in grado di coniugare rappresentanza ed efficacia.

Tuttavia, un elemento di difficoltà evidente fu subito nella distanza tra il mondo che Vision, in qualche maniera, "rifletteva" e quello che un movimento politico pur innovativo quale l'Ulivo rappresentava: la distanza su un singolo punto, un punto però dirimente: l'atteggiamento nei confronti delle soluzioni e poi, consequenziale, una diversa nozione del, come dire, tempo. L’orientamento alle soluzioni era infatti per i primi visionari assolutamente feroce, deformazione professionale maturata nelle grandi aziende ed invece il policy maker sa che la soluzione è solo parte del problema: l'avvicinamento non negoziale, non strumentale, ma culturale, progettuale tra i due mondi, tra le due comunità era possibile, assai positivo e tuttavia erano necessarie due condizioni: i visionari avrebbero dovuto imparare a traguardare i propri obiettivi in tempi non brevi e a confrontarsi con la complessità di un ambiente aperto, non stabile, complesso appunto; il policy maker avrebbe invece dovuto modificare la sua agenda, cambiare il peso assegnato al futuro aumentandolo, trovare il sistema per non essere perennemente inchiodato all'emergenza. Per riuscire a sostenere tempi lunghi e a chiedere, ottenere la modifica nei tempi dei cicli politici occorrevano tante cose, incluse alcune decisive variabili istituzionali (tra le quali di enorme importanza apparivano le riforme che altro non sono che la meccanismi di alto livello di partecipazione, formazione, attuazione di volontà politica) ma prima di ogni altra cosa occorreva molta più energia.

La seconda fase della storia di Vision è appunto la moltiplicazione di quattro-cinque storie individuali in molti più percorsi di avvicinamento tra la politica ed i migliori pezzi di Societa civile. Vision nel 1997 - con il suppono del giornale La Repubblica e dell'Università Bocconi - è diventata, infatti, cosa diversa: la sperimentazione di un canale di comunicazione tra future classi dirigenti e chi ha responsabilità di governo, canale di comunicazione, quindi, tra chi ha idee e voglia di incidere partendo dal proprio punto di vista e ambito professionale e chi, invece, ha bisogno di aumentare la capacità di lettura e di governo di processi complessi.

Strumento principale di raccolta della partecipazione di Vision è Internet, la posta elettronica e, soprattutto, un sito articolato in diversi forum ciascuno dei quali è dedicato ad una questione specifica: Internet si dimostra infatti canale di comunicazione molto più efficiente e flessibile di quanto non fossero le modalità di partecipazione tradizionali. Se, infatti, caratteristica di un nuovo modo di fare politica è la combinazione di punti di vista diversi, indispensabile diventa uno strumento comunicativo che consente di confrontarsi senza dover essere tutti presenti nello stesso momento e nello stesso luogo. Ciò è tanto più importante perché la diversità di esperienze si accompagna per definizione ad una diversità di luoghi fisici tra chi partecipa alla "rete".

Il percorso di Vision porta naturalmente a quello "storico" spazio di innovazione politica che è il processo di integrazione europea; ed è in questo spazio che Vision trova la partnership con le think tank inglesi, i clubs francesi che caratterizzano i mesi più recenti. Ed è recente l'idea di dover realizzare una rivista che renda più continua, stabile la presenza dell'iniziativa, una rivista che faccia contemporaneamente da canale di raccolta di abbonati e di idee e da canale di comunicazione delle idee aggregate e trasformate in progetti.

Ma quali allora i valori, i criteri con i quali Vision intende sviluppare la propria progettualità? Sinteticamente ci è parso di poterli riassumere in tre linee guida: quella del dubbio costruttivo, della concretezza e della visione.

Il dubbio "costruttivo": perché una società complessa richiede grandi dosi di capacità critica, di smentibilità (nel senso popperiano del termine), di (auto) ironia rispetto alle nostre certezze ed ai nostri status; richiede la capacità di ammettere che "non sappiamo" perché accadono cose anche molto importanti (come del resto fa Paul Krugman quando si chiede le ragioni per le quali si sono formati imponenti business cycles) e, tuttavia, il "non sapere" deve essere sprone a moltiplicare i nostri sforzi per ottenere le risposte che non abbiamo. Il dubbio costruttivo era, in effetti, caratteristica importante della cosiddetta cultura umanistica e tuttavia da decenni i dubbi sembrano tutti scomparsi e quelli che erano gli intellettuali si sono trasformati in "sacerdoti del pensiero unico" il cui compito è essere i guardiani pubblici del tasso di conformità (e conformismo) dell'azione del nostro governo, delle classi dirigenti ad un pensiero, appunto, (che loro immaginano essere) unico e che invece era nato (il liberismo) dalla precisa convinzione di dover combattere chiunque in qualunque maniera voglia unificare il pensiero.

La concretezza: perché un processo di policy advise che non comincia con l'identificazione di specifici obiettivi e di miglioramento atteso di date variabili e non finisce con una concreta, specifica soluzione non è soltanto inutile, è dannoso: si finirebbe solo con il rendere ancora più complicato discernere pezzi di soluzioni da tentativi velleitari. Concretezza perché la teoria della complessità (che pure è fondamento della visione di Vision e del "dubbio costruttivo") è servita, troppe volte, per giustificare la creazione ed il mantenimento di sistemi di potere, di inefficienze larmpanti. Concretezza perché non possiamo aspettare che l'accademia definisca una verità sufficientemente generale prima di poter intervenire su, ad esempio, i casi estremi di divergenza (come indica questo numero zero) tra produzione interna lorda e benessere o, magari, di sicura ingiustizia.

La visione: e per visione intendiamo, in questo caso, proprio la capacità di vedere, o forse anche la sola curiosità di vedere aldilà del proprio "territorio" ... la quantità di cose che si riescono a leggere sia in senso spaziale (uscire dalla propria prospettiva nazionale, dagli interessi "vestiti" della propria corporazione), sia in quello temporale (non farsi schiacciare dalle contingenze), sia del numero di punti di vista (economia, scienza, politica, management, sociologia, comunicazione..) dai quali si possono osservare fenomeni economici, sociali. Visione perché il processo di policy making è invece dominato dall'emergenza ed è abbastanza incredibile constatare, ad esempio, quanto del tempo dei politici è dedicato a trovare risposte (comunicative, esecutive o legislative) ad eventi che si sono verificati pochi giorni prima: i ritmi della politica sono cioè dettati, letteralmente dettati da ciò che, di volta in volta, conquista (per caso ed in maniera sufficientemente drammatica) la prima pagina dei giornali.

Forse la verità è che questo policy making per emergenze e sintomi non ha ancora valide alternative, che è quasi impossibile trovare soluzioni a fenomeni che non riusciamo a prevedere ed, infine, può anche essere vero che il dubbio costruttivo rischia di minare anche strumenti che per quanto inaffidabili, funzionano come trasmissione di messaggi cifrati tra centri di potere e, dunque, garantiscono ancora un qualche controllo: forse per essere più espliciti la questione può essere semplicemente che il politico ha probabilmente perso persino la speranza di riuscire a governare (governare nel senso cioè di avviare e direzionare cambiamento) una Società moderna e, che, si sta ormai adattando all'idea che gli rimane, ormai, un compito (un mestiere ?) residuale, che la politica non è più attività centrale nelle cose umane e mai più tornerà ad esserlo.

Ciò tuttavia crea un paradosso, anzi un grosso problema: Sistemi complessi non governati nella migliore delle ipotesi lavorano ad una frazione del loro potenziale, nella peggiore, riescono anche a danneggiarsi. Vision vuole essere luogo dove, su base quanto più possibile volontaristica si possa ricominciare a ragionare a problemi di medio se non di lungo periodo (cosa che attualmente nessuno, nessun professore, nessuna società di consulenza realmente fa, schiacciati, come sono, dall'obbligo costante di dover vendere il proprio prodotto).

È una proposta il cui successo evidentemente dipende di più, molto di più dalla capacità di aggregazione che l'idea riuscirà a sviluppare che dalla volontà dei nostri interlocutori politici. Dipende da quanta parte dell'opinione pubblica si sta rendendo conto che il rinnovamento della politica non passa attraverso una sostituzione nelle persone ma da una modifica dei meccanismi stessi attraverso i quali la partecipazione viene raccolta, i pro-getti più complessi vengono immaginati, elaborati, realizzati... è un'idea complessa, che richiederà ancora lavoro, ma che trova alleati potenti in processi politici di grande rilievo - come quello dell'integrazione politica europea - e neali strumenti della tecnologia: fattori che nel tempo indirizzeranno, comunque, la politica nella direzione che insieme stiamo intuendo. E tuttavia una volta in più è questione di tempi... chi sta lavorando a Vision da due anni ha fatto tutto quello che poteva per costruire l'opportunità; adesso ancora una volta dipende da quanta Società civile saprà accettare la sfida.

Dipende dunque, per tornare ai prossimi passi, dagli abbonati e dalle modalità di interazione, persino di scambio che riusciremo a stabilire tra loro ed il comitato di redazione della rivista. A partire ad esempio dal titolo del yrossimo numero. Abbiamo già delle ipotesi che saranno pubblicate sul sito e tuttavia saranno gli abbonati a scegliere (attraverso la posta elettronica oppure il fax 06-85355925) con noi e con i nostri partners il titolo più innovativo, più concreto, più visionario. Il prossimo numero sarà presentato ad un mese dal duemila: sarebbe molto bello poter entrare nel nuovo millennio con una opportunità in più per poter progettare sogni realizzabili.

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