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E UTOPIA  

Premessa

Vision nasce da due precise intuizioni ed è, in un certo senso, a ciascuna di esse che saranno dedicati i progetti avviati dal think tank nei primi mesi del Duemila.

La prima nostra convinzione è che la politica, intesa come capacità di risolvere problemi collettivi e complessi, è, sarà, la determinante fondamentale della velocità, quantità, qualità, distribuzione di progresso che riusciremo nei prossimi anni a realizzare. L’intuizione non si basa su particolari ragioni etiche (che pure esistono) e neppure sul persistere di qualche nostalgia o passione personale. Essa parte invece da una considerazione che ci appare assai ragionevole ed anzi elementare: viviamo anche noi (anche se forse non ce ne rendiamo conto) in un sistema sociale fatto di relazioni assai numerose ed in un qualsiasi sistema esistono diverse variabili (economia reale, tecnologia, finanza, politica, cultura) che si condizionano a vicenda: se una di esse si ferma o và più lentamente (e questo è il caso della politica o per meglio dire di ciò che chiamiamo riforma della politica) anche le altre rallentano, vanno in tensione. È quindi nell’interesse degli stessi protagonisti del progresso tecnologico che la politica riconquisti capacità di governo. Questo è il motivo per il quale Vision ha deciso di dover dedicare – con l’Università di Berkeley, con i nostri amici inglesi di Demos e quelli francesi di Convictions – la prima delle sue iniziative alla questione dell’impatto delle tecnologie dell’informazione sulla economia, sulla società nel suo complesso: è la questione che più di tutte dimostra l’urgenza di dover ritrovare – su basi completamente diverse – capacità di governo, la capacità di accompagnare l’ultima delle rivoluzioni tecnologiche con la vasta, coraggiosa riprogettazione sociale che è necessaria per trasformare il potenziale delle tecnologie in benessere diffuso.

A questa intuizione se ne affianca un’altra altrettanto elementare e "ragionevole" e da essa parte l’elaborazione, avviata sui forum del nostro sito, che raccoglieremo nel numero previsto per il prossimo mese di Ottobre: abbiamo bisogno di più politica ma sarà una politica completamente diversa nei processi e, forse, in gran parte delle persone. Abbiamo bisogno di politica di qualità migliore e ciò comporta che per averne di più sarà necessario ri fondare (e non solo ri formare) il processo di policy making: costruire modalità adeguate alla modernità di a) partecipazione, b) selezione della classe dirigente, c) formazione e attuazione della volontà di governo e, probabilmente, queste tre fasi non saranno più momenti separati come lo sono stati sinora. Sarà necessario rinunciare al concetto stesso (hegeliano) di istituzione – intesa come organizzazione titolare di Potere e di mezzi assegnategli dalla Legge – e sostituirlo con quello di network che la Società dell’informazione sta costruendo. La politica di cui abbiamo bisogno non sarà più quella che oggi abbiamo ed è sulla base di questa ipotesi che Vision si sta in parallelo dedicando – con la sua rete di think tank – ad un lavoro di policy advise sulle opzioni possibili del processo di integrazione europea quale grande opportunità di fare innovazione politica su un terreno non appesantito dalla sedimentazione nei secoli delle leggi e delle burocrazie degli Stati Nazione.

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Questa pubblicazione è quindi dedicata alle tecnologie dell’informazione. Tuttavia su questo tema c’è in questo momento una "pressione" così grande che vale la pena dire subito quali sono gli elementi distintivi di questo lavoro.

Esistono almeno tre diversi, seri, legittimi approcci alla questione dell’impatto delle tecnologie: si può infatti assumere come proprio punto di riferimento metodologico la questione dei limiti (della scarsa capacità, cioè, dei sistemi economici di utilizzarne il potenziale), dei suoi rischi (e quindi della probabilità di conseguenze negative e nel caso di Internet sono quelle sulla privacy le conseguenze più temute) o, infine, degli effetti che date tecnologie hanno sulla distribuzione di opportunità e di reddito.

Rileggendo gli articoli raccolti e la sintesi di Vision appare che deve esserci stata una inconsapevole scelta, anzi una naturale, istintiva focalizzazione sulla prima dimensione e, dunque, su quella dei limiti, della differenza (enorme) tra possibilità che le tecnologie fanno intravedere e realizzazioni concrete. Una scelta non di priorità (rispetto ai rischi e agli ulteriori pericoli di diseguaglianza che pure esistono) ma di approccio metodologico, semantico: ragionare dei limiti per cogliere anche gli altri aspetti, ragionare dei nostri limiti perché intuitivamente riteniamo che il maggiore rischio e le diseguaglianze più forti potranno derivare proprio da un mancato dispiegamento del potenziale che le tecnologie dell’informazione presentano.

Esistono però almeno due ulteriori scelte che differenziano il lavoro di Vision.

Questa pubblicazione parla poco (a differenza di molti dei convegni sul tema) del ritardo dell’Italia rispetto all’Europa (o dell’Europa rispetto agli Stati Uniti). È una scelta determinata, probabilmente, dal fatto che questa iniziativa si posiziona nell’ambito di una progettazione costruita con altre think tank europee e degli Stati Uniti e quindi la prospettiva che ci siamo posti è stata, naturalmente, più quella dell’adeguamento alle opportunità delle società più avanzate nel loro complesso che non quella del riallineamento di un certo Paese rispetto ai propri competitori. Ma probabilmente il motivo per il quale non abbiamo, in fondo, parlato molto del Sistema Italia e perché sulla questione Internet è lo stesso concetto di Sistema Paese (invenzione peraltro piuttosto recente) ad apparire un framework concettuale già obsoleto. Ciò che conta è che l’economia globale e la Società globale nel suo insieme costruiscano i fattori necessari per completare la Network Society e non è detto che tutti i Paesi debbano avere lo stesso posizionamento, la stessa configurazione in termini di fattori tecnologici.

Infine, ultimo elemento che caratterizza il nostro lavoro rispetto ad altri è probabilmente che abbiamo percepito come fondamentale il fatto che Internet ci obbliga a rivedere molti dei nostri parametri di misurazione e di analisi e non solo in termini di New Economy ma anche di New Society. Non è possibile valutare il valore della New Economy in termini di incremento del Prodotto Interno Lordo rispetto ad uno scenario inerziale: non è possibile perché il PIL (e la produttività) non riesce, ad esempio, a catturare i miglioramenti indotti dalle tecnologie e trasformati in incrementi della qualità a parità di prezzo; e non si può, altro esempio, conteggiare come benessere indotto dalle tecnologie il solo aumento dei posti di lavoro, in quanto è benessere anche la riduzione del lavoro e cioè della fatica che come sistema ci costa il generare una certa ricchezza. Il benessere che Internet riesce a produrre è misurato non dagli incrementi netti nelle quantità macroeconomiche "convenzionali", ma dai "valori" nuovi che essa promuove, dal dinamismo che la tecnologia riuscirà ad indurre in Società che sembravano imprigionate dalla sindrome della decadenza.

Con questo "posizionamento" Vision ha svolto un lavoro le cui conclusioni si possono sintetizzare in quattro punti fondamentali:

1. Le tecnologie dell’informazione hanno davvero la possibilità di cambiare in maniera radicale le nostre Società producendo un salto nel livello di benessere disponibile.

Tale potenziale è determinato dalla convergenza di due fenomeni che sono gli elementi originali dell’ultima delle rivoluzioni tecnologiche:

a. la velocità negli incrementi di potenza per unità di costo (e di dimensione) dei microprocessori e, dunque, dei Personal Computer (Information Technologies): tale ritmo sembra poter essere spiegato da quella che è ormai ritenuta la prima delle due leggi delle Nuove Tecnologie, la legge di Moore che prevede un raddoppio di potenza tecnologica ogni 18 mesi;

b. la velocità con la quale si diffondono le reti (Communication Technologies) che interconnettono gli "oggetti" con i quali processiamo e memorizziamo informazioni; tale velocità costantemente crescente sembra determinata da un’altra – la seconda – delle leggi delle ICT: la legge di Metcalfe, infatti, prevede che il valore di una rete cresca in maniera più che proporzionale rispetto al numero di partecipanti alla rete stessa ed è per questo motivo che telefonia mobile ed Internet stanno penetrando nei nostri mercati e nelle nostre abitudini più rapidamente di quanto non lo abbiano fatto la televisione oppure le automobili.

La combinazione dei due processi rende concreta la possibilità di realizzare il sistema nervoso digitale cui tutte le altre tecnologie e tutte le informazioni saranno collegate e che consentirà all’uomo il pieno controllo sulle tecnologie stesse.

La più affascinante idea di progresso che Internet evoca è, del resto, quella di poter essere la tecnologia che consentirà alla civiltà degli uomini di chiudere quella che, nel testo, abbiamo chiamato la "quarta discontinuità", quella che separa ancora l’uomo dalla possibilità di avere il pieno controllo delle sue macchine ed in questo senso Internet sembra avere come invenzione uno status storico simile a quello che hanno avuto la ruota, la stampa e i telai a vapore.

Tale sistema informativo integrato sarebbe il presupposto tecnologico per la realizzazione progressiva sul piano economico del modello classico della perfetta circolazione delle informazioni e su quello politico – sociale degli altrettanto classici modelli di piena democrazia.

2. Il potenziale delle tecnologie è utilizzato in misura molto marginale.

Una quota parte significativa dei progressi tecnologici avvenuti non è ancora utilizzata o utilizzabile dai consumatori di tecnologie (individui ed organizzazioni).

Nonostante le aspettative dei mercati finanziari, l’impatto misurato è ancora modesto: lo dimostrano i dati che Vision ed alcuni degli autori di questa pubblicazione hanno raccolto sui parametri (prezzi e competizione, produttività generale e produttività individuale) su cui maggiore era l’attesa di una modifica importante per effetto delle tecnologie.

Se poi proviamo a considerare ciò che più in generale è successo al progresso, o per meglio dire, alla capacità della Società nel suo complesso di conseguire incrementi di benessere sembra che essa – negli ultimi trenta anni (diciamo dal collaudo di Arpanet e dalla conquista della Luna) – si sia significativamente rallentata. Vision ha, infatti, provato a dividere il secolo trascorso in quattro periodi – sufficientemente lunghi e statisticamente "significativi" – di venticinque anni e ha classificato i quattro periodi per quantità di progresso conseguito (in termini di miglioramento di standard di vita misurati da indicatori "tradizionali" – speranza di vita, scolarità media, diminuzione della mortalità infantile, riduzione delle ore lavorate, crescita del reddito disponibile e del tempo libero). È stato molto sorprendente scoprire che l’ultimo quarto di secolo – quello della nascita e della crescita della Network Society – sia stato – su ciascuno degli indicatori e dei Paesi considerati – quello in cui si è realizzato la quota parte più piccola del progresso (spettacolare) che le Società più avanzate hanno conseguito nel secolo scorso.

I limiti della rivoluzione sono, tuttavia, non solo nei numeri, ma nell’esperienza quotidiana del mancato funzionamento della connessione al sistema integrato digitale che avremmo dovuto costruire. Ma la sorpresa (?) più grande è stato scoprire che i limiti delle tecnologie sono, proprio nella potenza dei fenomeni (delle Leggi) che ne costituiscono gli elementi costitutivi:

a. La legge di Moore sembra aver generato anche il suo contrario: con il crescere del potenziale accumulato cresce infatti anche (1) la quota parte di tale potenziale che "eccede" i bisogni di chi decide di acquistarlo, (2) la delicatezza del sistema e la frequenza di non funzionamenti (3) la difficoltà nell’utilizzo: tale fenomeno produce una diffusa incertezza tecnologica e conseguenze assai significative sui comportamenti delle aziende e dei governi.

b. La previsione della legge di Metcalfe viene ribaltata: all’aumento del numero dei partecipanti ad una data rete corrisponde un aumento della sua instabilità; la conseguenza è una forte incertezza strategica, una inadeguatezza degli strumenti tradizionali di governo di "territori" che non rispondono alle modalità di controllo né delle grandi imprese, né degli Stati Nazionali.

Il ribaltamento in incertezze di quelli che erano i due tratti distintivi della rivoluzione comportano che la promessa di un sistema informativo integrato e totalmente controllato dall’uomo, non è stata ancora realizzata ed al suo posto abbiamo invece un sistema di comunicazioni complesso e complicato che non sempre riesce a rispondere alle aspettative degli individui e delle imprese e che è attraversato ancora da alcune importanti fratture che lo allontanano dall’integrazione.

In questa situazione non solo aumentano le possibilità di non cogliere le opportunità di maggiore benessere che alle tecnologie sono legate, ma anzi emergono e diventano probabili dei veri e propri rischi di involuzione del sistema: tali rischi nel caso delle tecnologie informative sono legati alla eventuale creazione sulla nuova piattaforma tecnologica di un modello di circolazione delle informazioni ancora più squilibrato, asimmetrico di quello tradizionale. Le conseguenze di tale asimmetria sono numerose ed i contributi che stiamo raccogliendo ne identificano alcuni casi significativi: lo svantaggio informativo del singolo individuo nei confronti di organizzazioni in grado di aggregare ed utilizzare le informazioni in maniera più sistematica; la moltiplicazione del potere di organizzazioni criminali che più velocemente degli Stati e delle polizie nazionali riescono a globalizzarsi; i livelli di competizione e di "perfezione" dei mercati digitali inferiori a quelli che ci saremmo attesi.

3. La differenza tra possibilità e realizzazioni concrete non è in sé, un dato irreversibile e neppure innaturale. La spiegazione più plausibile al persistere di questo differenziale tra potenza tecnologica e benessere è che ci sia un "semplice" ritardo.

Spiegazione plausibile perché ciò è già avvenuto per le rivoluzioni tecnologiche del passato. Il grande avanzamento delle Società occidentali avvenuto tra il 1850 ed il 1970 è cominciato 150 anni dopo la prima ondata delle innovazioni tecnologiche che hanno fatto la rivoluzione industriale e tali innovazioni, a loro volta, costituiscono evoluzione delle grandicostruzioni intellettuali che partono dal Rinascimento di Leonardo e arrivano alle ricerche di Leibniz nel Seicento. La storia, insomma, andrebbe per fasi: accumulazione di potenza intellettuale, accumulazione di potenza tecnologica, trasformazione di tale potenza in salti nel benessere disponibile. Seguendo questa logica, siamo nella seconda fase della rivoluzione, da decenni stiamo accumulando "potenziale" che si dispiegherà nei prossimi anni facendoci raggiungere risultati che a stento riusciamo ad immaginare.

E, tuttavia, se la constatazione dei limiti che le Società avanzate mostrano rispetto alle proprie possibilità non deve essere considerata definitiva, nella stessa maniera l’argomento del ritardo (time lag) non deve essere assunto come controprova dell’ineluttabilità del nostro progresso. È ancora la storia che dimostra che il progresso non è inevitabile e non lo è la chiusura di quella differenza (che abbiamo in qualche maniera misurato) tra possibilità e realizzazioni: lo dimostra la storia recente dell’Unione Sovietica, in grado di passare in meno di quaranta anni da una posizione di primato ad una di tremenda arretratezza, e ancora di più quella della Cina a cui capitò di attraversare l’anno mille con un enorme vantaggio tecnologico che mai più riuscì a trasformare in leadership economica o politica o militare. La questione della naturalezza del ritardo non può, ad esempio, farci dimenticare un elemento di preoccupazione vera: nel caso della rivoluzione industriale, alle trasformazioni delle tecniche si accompagnò una radicale mutazione sociale e politica (scandita persino da grandi rivoluzioni) e l’invenzione di strumenti di governo completamente nuovi (ad esempio lo Stato Sociale): alle tecnologie dell’informazione non è ancora corrisposta una modifica sufficientemente significativa nei processi di policy making e nelle strutture sociali (anche se qualcuno dice proprio che è la caduta del muro il primo di una lunga serie di atti politici con i quali la storia sta – senza avvertirci – costruendo la Network Society).

Grandi possibilità, limiti evidenti e, ritardi probabilmente, naturali e però rimane intatta la necessità di recuperare capacità di governo di fenomeni così complessi: è probabile che le trasformazioni avverranno comunque: ciò che potrà cambiare, e di molto, è però la loro velocità, la direzione (che può essere più o meno buona), la loro completezza ed, infine, la violenza, la governabilità, i costi sociali di tali trasformazioni. Come per la rivoluzione industriale sarà decisiva la cultura di un sistema, la sua capacità di accompagnare il cambiamento o al contrario la sua volontà di fare resistenza (volontà che renderebbe le trasformazioni solo meno veloci, meno governabili, più costose).

4. Il problema è quello della capacità del sistema (inteso come somma delle sue variabili politiche, culturali, economiche) di realizzare le trasformazioni politiche, culturali, sociali che sono necessarie per consentire alle tecnologie di propagare i loro effetti.

Non sappiamo più utilizzare le tecnologie come leva per ottenere benessere (nel caso della Società nel suo complesso), felicità (nel caso dell’individuo); a volte, non sappiamo utilizzarle neppure come fonte di vantaggio competitivo (come dimostra il productivity paradox di cui ci occupiamo nel paper sui Limiti della rivoluzione).

Il problema è nella contraddizione tra infrastruttura tecnologica e strutture (per utilizzare la terminologia di uno dei grandi studiosi dei "sistemi") della politica e della cultura. Il problema è nel coesistere nello stesso momento, nella stessa Società, nello stesso quartiere, di pezzi significativi di futuro con pezzi di passato e di passato remoto.

Esiste, quindi, contina ad esistere un problema antico ma sempre più grande; un problema colossale, anche se forse era già scritto nella natura stessa delle cose: un problema di adattamento culturale delle società avanzate rispetto al potenziale tecnologico che esse stesse stanno accumulando.

La contraddizione è nel contemporaneo esistere di strumenti tecnologici potentissimi a disposizione di qualsiasi adolescente e di architetture istituzionali e giuridiche nate con l’idea di sopravvivere al proprio tempo e magari di durare per sempre. Il problema è, però anche, nella impossibilità di buttare via le poche certezze, i punti di riferimento, che, ancora, abbiamo senza sapere con che cosa sostituirli. La contraddizione è tra tecnologie che sono ormai pronte per la grande convergenza e culture che invece appaiono al contrario disintegrate, frammentate in un numero di specializzazioni, interessi, linguaggi tanto numerosi quanti sono gli individui.

La (sin) tesi che Vision propone è che il miracolo di una cultura sufficientemente integrata da poter governare il Sistema Integrato delle Informazioni può nascere dallo sviluppo (che già spontaneamente si verifica e di cui la stessa Vision è un piccolo esempio) di network che aggregano intorno a progetti imprenditori, politici e comunità virtuali di individui – consumatori: questi network saranno gli unici agenti di cambiamento con sufficiente energia, sufficienti conoscenze per poter aggregare consenso su progetti comuni e saranno, sono loro l’embrione del policy making nel prossimo millennio.

Le prime riflessioni che Vision propone in termini di strategia si concludono con una lista di possibili progetti (politici e di impresa) che ci sono apparsi coerenti con le direttrici che, a nostro avviso, il progresso tecnologico seguirà se imprese, governi ed individui vorranno sfruttarne fino in fondo il potenziale.

Tuttavia, la proposta più importante è proprio nel metodo che Vision sta sviluppando, metodo di partecipazione, sviluppo di opinioni e di progetti.

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L’intenzione di questa pubblicazione era quella di avviare un’elaborazione e non certo quella di concluderla… l’obiettivo era di definire più chiaramente i problemi (problem setting), di distinguere gli elementi importanti dal "rumore di fondo" che intorno al fenomeno si è creato: dovremo, adesso, cominciare a costruire soluzioni. La nostra convinzione è che esse saranno tanto più forti quanto più esse saranno il frutto di una partecipazione ampia di persone, di linguaggi, di interessi diversi.

A ciascuno dei problemi identificati corrisponderà, quindi, una specifica questione ed ognuna di esse sarà oggetto, darà il titolo ad una diversa piazza (le abbiamo chiamate Fabbriche di Idee) del sito di Vision (www.vision-forum.net) che è il luogo di elaborazione a cui tutti sono invitati.

Vision e il suo sito, è, in questo senso, la prima Internet Think Tank, prima perché non solo fa di Internet l’oggetto della sua riflessione, perché non solo fa delle tecnologie lo strumento di comunicazione, ma perché sul concetto stesso di rete accetta di costruire il suo modello organizzativo e di produzione di contenuti. Sull’articolazione e le regole del gioco di funzionamento del sito torniamo nell’ultimo capitolo Prossimi progetti. La volontà di sviluppare un network che possa costruire un proprio ruolo di soggetto politico nasce dalla necessità di ridurre la distanza tra opportunità che le tecnologie offrono e nostra capacità di utilizzarle: ed è questo il tema centrale del lavoro che viene presentato nelle pagine che seguono.

 

 

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