Alcuni commenti sul “No” francese
Stéphane Andre*
Il "no" dei francesi e degli olandesi alla Costituzione ha forsesuonato il rintocco di un'Europa politica più forte e più solidale. InFrancia, il dibattito che ha preceduto il voto è stato intenso, facendopensare a una grande vittoria della democrazia. Pertanto, la vittoriadel "no" lascia un gusto amaro e la percezione di un grande spreco.
È stato detto qua e là che il voto dei francesi, per parlare del paeseche conosco meglio, rivelava una crisi profonda della democraziarappresentativa. Questo processo, tanto assurdo quanto iniquo, fatabula rasa di tutti gli sforzi intrapresi dalla politica al fine diottenere un testo tra i più consensuali per dar via alla messa in attodi una Convenzione. In effetti, non esiste progetto di Trattato europeoche sia stato così "delicatamente" elaborato. Qualcuno d’altrondecritica il ruolo del vecchio dinosauro Valery Giscard d’Estaing sulledichiarazioni che tuonano riguardo all’adesione della Turchia. Siamoonesti: sia la cura portata all'elaborazione della Costituzione dallaComunità politica che il ruolo di Giscard in questo affare non hannoavuto assolutamente alcun impatto sul voto dei francesi. Durante lacampagna, i mass media erano abbastanza saturi di inezie demagogicheemesse tanto dalla sinistra quanto dalla destra estrema, passando per i"cospiratori" socialisti, per ricordare ai francesi che c’era stata unaConvenzione e che questa era stata presieduta da Giscard. Infatti,prima del voto, il numero di francesi che hanno ritenuto che lacostituzione avrebbe proibito l’aborto (voce che ha proliferato pertutta la campagna) sarà stato sicuramente maggiore di quelli che siricordavano che Giscard aveva presieduto una Convenzione la cuimissione era elaborare una Costituzione per l'Europa.
Al contrario, il "no" francese, le sue motivazioni e le sue originirivelano una crisi profonda della democrazia diretta. Mentre losvolgimento del dibattito attorno al referendum sul Trattato diMaastricht e la sua uscita aveva lanciato un avvertimento serioriguardo alla legittimità di un referendum, i capi politici francesisono stati abbastanza ingenui per credere che sarebbero sfuggiti anchequesta volta alla paralisi. Chiedere a un popolo di pronunciarsi su untesto così complesso, dove ogni articolo nasconde una vasta letteraturagiuridica e costituisce uno strumento per la decisione politica, senzatuttavia essere questa politica, è assurdo. Altrettanto lo è chiedere aun funzionario europeo di mantenere la meccanica di una formula 1.Tuttavia, la parte del "sì" questa volta ha chiaramente beneficiato delsostegno dei media. Ciò si è verificato soprattutto in occasionedell'ultima settimana durante la quale, ad esempio, Jean-Marie Le Pen èstato ben volentieri mostrato al fine di cristallizzare il "no" attornoalle tesi del fronte nazionale, così da suscitare una sensazione dirifiuto dei "no" per una maggioranza di francesi. Ma questo non ha datonessun frutto. I discorsi demagogici perfettamente elaborati daiSignori Fabius, Emmanuelli, Mélanchon senza dimenticare la retoricapost o pre rivoluzionaria del Besanceno o del Buffet, avranno fatto unbel lavaggio del cervello agli spiriti dell'elettorato di sinistra,cavalcando l'onda della “cupezza” economica e soprattutto della crisidi progetto di cui soffre la Francia da oltre 20 anni, arrivata al suoparossismo con le ultime ore del regno di Jacques Chirac. Di fronte aquesti detrattori delle argomentazioni ben affilate, hanno brillato perloro assenza alcune delle tecno-politiche del Parlamento europeo checontano in Francia, ad eccezione di Bourlanges, i soli capaci diricambiare sul vivo le opinioni demagogiche espresse sullaCostituzione. I forti della politica nazionale, i soli ad avere unavisibilità mediatica, non erano adeguatamente forti per lottare.
Così è stato possibile vedere un Douste-Blazy debole farsiletteralmente divorare da un Emmanuelli galvanizzato dai sondaggi, chenon gli ha lasciato alcuna possibilità durante lo scontro verbale. Afine campagna, lo stesso Nicolas Sarkozy ha finito per ritirarsi ondeevitare di diventare una delle figure emblematiche del "sì" edipotecare così le sue possibilità alle prossime presidenziali.
Tuttavia, due mesi prima del voto, i sondaggi segnalavano che almeno il60% dei francesi era favorevole alla Costituzione. Non si può dunqueaffermare che i francesi siano fondamentalmente anti-europei. Forseinvece, la complessità di tale testo, il lavaggio di cervellodell'"anti" ma forse anche la presa di coscienza che questo voto davaloro un certo potere, l’insieme di queste cose li ha deviati dallaquestione alla quale dovevano rispondere.
Alcuni giorni prima del voto, ho discusso con amici che possono essereconsiderati come parte del mondo intellettuale parigino. Lei,insegnante alla Sorbonne e scrittrice, lui, tecnico cinematografico eregista. Non avevano assolutamente afferrato nulla dell'oggetto diquesta Costituzione. Ad esempio, non comprendevano perché laCostituzione dovesse istituire una Commissione europea! Dopo essermidilungato in spiegazioni per illuminare ogni punto che sembrava lorooscuro, hanno finito per deviare il dibattito sul ruolo superfluo delSenato francese e delle sue spese esagerate. In breve, poiché nonpotevano colpire sulla Costituzione senza esserne propriamentecontrari, hanno finito per colpire un'altra entità per giustificarefinalmente il loro "no" al referendum. Questo atteggiamento, pococonsono a persone facenti parte di ambienti intellettuali, lasciavapredire il peggio mentre ogni francese aveva una buona ragione divotare "no". D'altra parte, se il dibattito discutibilesull'allargamento alla Turchia, che è venuto bene precocemente sullatavola dei negoziati, non fosse stato evocato alcune settimane primadel voto, il fronte del "sì" avrebbe certamente trovato quel 5% chemancava loro per ottenere la maggioranza. E che importa se laCostituzione francese è stata emendata affinché ogni prossimoallargamento dopo l'adesione della Romania e della Bulgaria siasottoposto al referendum nazionale: i francesi del resto erano giàsotto choc.
Per essere franchi, la democrazia diretta non permette a unanazione di prendere in mano il suo futuro sulla base di questioni cosìcomplesse. Questo deve rimanere appannaggio della democraziarappresentativa. Inoltre, è molto più facile criticare una costruzionecomplessa, stigmatizzando alcuni dei suoi elementi, soprattutto quandoil clima nazionale è stagnante, che difenderla in tutta la suacoerenza. E allora, quale futuro? Data la complessità della situazionepolitica attuale, occorrerebbe una palla di cristallo per rispondere.Tuttavia, la situazione attuale suscita molte osservazioni, non semprepoliticamente corrette.
In termini di comunicazione, occorre aspettarsi un'operazione checolpevolizza i popoli che hanno votato "no". È normale, quando ci si dàla zappa sui piedi, aspettarsi che faccia male. Del resto, la campagnadella “colpevolizzazione” è già cominciata. Per i francesi, si trattadi mettere in evidenza le conseguenze del loro voto sugli interessidella nazione. La perdita dell'influenza mediatica del loro Capo diStato vi contribuisce ampiamente. Soprattutto, i mass media fannopassare molto bene il messaggio che il primo beneficiario del "No" siastato Tony Blair. Mentre i dibattiti in occasione del referendumavevano soprattutto attaccato il modello liberale anglosassone, eccoche i francesi iniziano a realizzare che il loro voto negativo ha avutocome prima conseguenza quella di porre il Regno Unito in una posizionedi forza nella sua visione dell'Europa. Ciliegina sulla torta,l'aumento del prezzo del barile di petrolio accoppiato al ribassodell'euro, indebolito dai dissensi nell'Ue, fa male al loroportafoglio. Questa drammatizzazione colpevolizzante contribuiràcertamente a ristabilire condizioni favorevoli alla ratifica eventualedi un secondo referendum, se dovesse essere preso in considerazione loscenario all’irlandese.
Ciò detto, questa forma di comunicazione sembra essere validasoprattutto per i Paesi tradizionalmente pro-Europa. Si può dubitare diun tale impatto in Svezia, in Danimarca o nel Regno Unito. Ma cosaimporta, l’importante non è forse che il nocciolo duro adotti laCostituzione? Non esisteva effettivamente un piano B, ma sarebbe forseesistito se alcuni dei tre Paesi sopra menzionati o se alcuni dei nuoviStati membri avessero respinto il testo?
Del resto, sarà difficile sfuggire a un nuovo referendum, che sia perla stessa Costituzione o un altro testo, dato questo infeliceprecedente. Inoltre, forse sarebbe meglio chiedere ai popoli diesprimersi soltanto su una parte del testo (le parti I e II) e lasciareche i Parlamenti nazionali ratifichino la terza parte che riguardaprincipalmente l'acquisizione.
Quanto al calendario per un’adozione forzata del testo, non si riesce acapire come la situazione possa sciogliersi prima delle elezioni inFrancia e nei Paesi Bassi tra due anni. Nel caso in cui la Costituzionedovesse spegnersi di una bella morte, alcuni iniziano già a formulareproposte per il futuro. È in particolare il caso del deputato europeoAlain Lamassoure (PPE/F), di cui occorre riconoscere il sincero impegnoa favore dell'Europa. Quest’ultimo propone la convocazione di un gruppodi saggi per sei mesi, una conferenza interparlamentare durante glialtri sei, una convenzione di diciotto mesi e finalmente sei mesi perla messa in forma dei testi in previsione di campagne referendariesimultanee. Benché Lamassoure elabori qui una bella costruzione didemocrazia rappresentativa, si può dire altrettanto che questoprogetto, qualunque cosa succeda, dipenderà dai capricci dellademocrazia diretta. Non si tratta certamente di affermare che ifrancesi hanno avuto torto a votare "no" e che questa Costituzioneavrebbe dovuto essere adottata a tutti i costi. Si tratta soltanto dielaborare la constatazione che i francesi, come è successo per gliolandesi, non hanno risposto alla domanda che era stata posta loro. Arischio di ripetermi, anzitutto perché semplicemente un grande numerodi loro non era sufficientemente coinvolto e allo stesso tempo non erain grado di comprendere le sfide di un tale testo.
In ogni caso, da un punto di vista istituzionale, il peggiore degliscenari sarebbe un semplice emendamento del Trattato di Nizza, o uno“status quo”.
Detto ciò, la crisi attuale avrà avuto almeno il merito di scovare ilmarcio che covava da anni attorno al ruolo dell'Europa e del suobilancio. Si può certamente rimproverare a Tony Blair di essere avaroma almeno la sua critica frontale della PAC è pertinente. Da un lato,occorre interrogarsi sulla legittimità di una politica agraria comune,almeno per il dopo 2013. Sarà ancora necessaria? In ogni caso, se sitratta di difendere gli agricoltori francesi, per lo più anti-europei eche votano in massa per il fronte nazionale, si può legittimamenteritenere che il gioco non valga la candela. D'altra parte, tutti sonocoscienti che gli obiettivi di Lisbona sono determinanti e che èfondamentale che l'Europa si dia gli strumenti adeguati alle sueambizioni di fronte alle sfide del nuovo millennio. Una parte molto piùimportante del bilancio dovrebbe essere dedicata alla ricerca,all'insegnamento, alle sinergie tra piccole imprese, che fanno ilvalore aggiunto dell’economia moderna.
In fondo forse i francesi, nonostante loro, sono stati beneispirati a votare "no" e ad avere così causato una crisi che, restandoottimista, sarà forse salutare... a condizione naturalmente che votino"sì" la prossima volta!
* Stéphane Andre è funzionario della CommissioneEuropea, Direzione Generale SANCO, dove si occupa di Relazioni con ilParlamento Europeo. Le opinioni espresse dall’autore in questo articolosono personali e non possono dunque rispecchiare quelledell’amministrazione.
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