Lo strano mese del Portogallo
Joana Mateus*
Che nome dare a delle elezioni in cui più del 50% dell’elettorato si è astenuto? Io le chiamerei “un autentico segno che la democrazia è viva e vegeta”. Per la prima volta nella storia dell’UE, 25 paesi hanno votato in occasione di un evento che appare essere unico e di grandissima importanza per l’Europa. Essa, in effetti, ha appena dato il benvenuto ai nuovi 10 paesi membri e alla stesso tempo è in cerca di consolidamento e di identità. Ma se qualcosa di buono si può prendere da questi ultimi ballottaggi, è proprio l’aver dimostrato ai leader e ai politici di ciascuno Stato quanto si trovino in acque morte e che duro scossone possano ricevere dall’euroscetticismo e dall’astensionismo.
In Portogallo, più o meno come è capitato nel resto dell’Unione, il suffragio è stato un sincero voto di protesta contro la coalizione di destra al governo, guidata dal Primo Ministro Durao Barroso, e contro un timido e quasi invisibile tentativo di Europa. I partiti di sinistra, dai socialisti ai comunisti, hanno ottenuto il migliore risultato degli ultimi trent’anni e il Bloco de Esquerda è riuscito pure a eleggere il suo primo MP, Miguel Portas.
Con l’astensione a farla da padrone in tutta Europa, il Portogallo non ha fatto certo eccezione. Colpa anche del giorno di vacanza, di un fine settimana caldissimo e dell’inizio del campionato Europeo, le elezioni europee sono state l’ultimo pensiero nella testa dei giovani elettori e comunque nessun candidato è stato tanto degno di fiducia da far scomodare fuori di casa anche i veterani delle urne.
I motivi che hanno fatto rimanere a casa o sdraiati in spiaggia i portoghesi non erano necessariamente inediti, ma sfortunatamente la critica rimane valida. Mancanza di informazione e totale disinteresse sono i principali colpevoli. L’Europa è percepita come un amalgama di anonimi eurocrati che nessuno ha mai visto, ascoltato o sentito dire da qualcun altro. Per i centri più piccoli della Spagna, il sogno europeo è un mito, una invenzione, un concetto che può muovere i Membri del Parlamento ma che non vuol dire niente per gli elettori. In questo senso, sembra impossibile portare avanti o addirittura nutrire ulteriormente il sogno europeo. Come sognare qualcosa che non si conosce, come credere in qualcosa che non si vede?
I portoghesi hanno un detto che può riassumere la loro sensazione sull’Europa: lontano dagli occhi, lontano dal cuore. E francamente i politici non sono molto bravi a dimostrare ai portoghesi il contrario. Chiunque abbia seguito le elezioni da vicino non poteva che essere preso alla sprovvista da intenzioni così inconsistenti, da piani politici così scarni e, soprattutto, dalla mancanza di alcun riferimento all’Europa come progetto comune. È stato piuttosto presentato un insieme di regole slegate tra loro e promosse da un gruppo di capi ancor meno visibili.
Nei discorsi in campagna elettorale, l’Europa è stata presentata o come qualcosa a cui si deve credere perché non abbiamo scelta e al di fuori della quale non potremmo esistere, oppure come il grande orco cattivo, venuto a toglierci l’indipendenza uccidendo, tra le altre cose, la nostra agricoltura e l’industria del pesce.
Invece di chiarire le idee, la campagna è stata basata su insulti personali e attacchi privati culminati con la morte del candidato socialista Sousa Franco, il favorito delle elezioni, durante una festa del partito socialista in un mercato del pesce. Molto poco è stato fatto per portare l’Europa vicino alle persone, per mostrare loro, in maniera realistica per cosa votano e perché è importante farlo. In un paese colpito dalla peggiore recessione mai vista, chi si preoccupa veramente dell’Europa, dell’allargamento e della sua Costituzione? Il tasso di disoccupazione non sembra frenarsi e lo stipendio minimo si aggira intorno ai 350€ al mese. I portoghesi ne soffriranno gli effetti a casa molto prima di chi andrà prossimamente a sedersi a Strasburgo.
Per capire quanto i portoghesi sanno dell’Europa, si potrebbe semplicemente chiedere alle persone ai seggi elettorali un paio di semplici domande come “dove ha sede il Parlamento Europeo” o “a quanti membri parlamentari ha diritto il Portogallo”. Di solito la risposa è “non sono sicuro/a”. E alla domanda “perché queste elezioni sono importanti?” la maggior parte delle persone ha risposto “perché non possiamo fare più nulla senza di loro. Dettano legge, no?” Queste non sono risposte di persone impegnate o di entusiasti sostenitori del progetto europeo, non credete? Queste reazioni sono più simili all’alzata di spalle che deve aver fatto Davide riconoscendo che non avrebbe mai battuto Golia e che quindi avrebbe fatto meglio ad unirsi a lui.
In questo senso, la nascita dell’euroscetticismo è un grande strattone, buono per svegliare l’Europa. Essa potrebbe veder nascere la sua prima vera opposizione. Anche i progetti di alcuni partiti radicali, potrebbero servire per rianimare l’Europa, per scuoterla dall’intorpidimento in cui si trova, per farle capire, una volta per tutte, che ha molto da fare per dimostrarsi degna dell’attenzione delle persone.
La gente ha votato o si è astenuta non tanto per protestare in maniera irresponsabile. La gente ha votato o si sono astenuta per far sapere ai propri capi che non li prende più sul serio. Come i genitori che non spiegano nulla ai figli, l’Europa da per implicita la sua esistenza e ha smesso di giustificarsi davanti ai suoi cittadini. Solo che gli europei non sono bambini, e nemmeno adolescenti e quindi hanno bisogno di risposte. Di conseguenza, protestano nell’unico modo che conoscono, e che fa aprire gli occhi: nel modo radicale. Anche se è importante fare tesoro delle lezioni europee per i propri affari interni, da una prospettiva allargata importa poco se si sia votato sinistra o destra. Conta molto di più verificare la presenza voti radicali ed euroscettici. Questo dice molto di più riguardo la generale insicurezza e scontentezza della gente. Rifletta meglio chi ha pensato che l’astensione di alcuni vuole significare apatia. Bisognava parlare agli elettori. Loro hanno appena parlato all’Europa, in queste elezioni. Anzi, a dire il vero, le hanno urlato contro. Tutto sommato, la democrazia non pare essere morta.
Lisbona, 23 giugno 2004
* Joana Mateus è una giornalista portoghese e collabora con Vision a diversi progetti europei. Dal 1999 ha scritto per i quotidiani di Lisbona “Diario Economico” e “Diario Digital”. Ha un Master in “International Journalism” conseguito alla City University di Londra nel 2003. Negli ultimi due anni, durante la sua permanenza a Londra, ha scritto on line per The Guardian e collaborato con il sito musicale Soundgenerator.com. Fa adesso parte dello staff di giornalisti della Associated Press News Agency a Lisbona, città in cui vive.
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