L’ “Eurostanchezza” del Nord

Martina Rydman*

Le elezioni per il Parlamento europeo, che hanno coinvolto 25 Paesi e hanno rappresentato il più grande esercizio di democrazia al mondo, non hanno affatto sorpreso. Così come capitato nelle edizioni precedenti, le elezioni del 2004 sono state incentrate principalmente su problematiche nazionali, hanno registrato una bassa partecipazione e un diffuso disinteresse riguardo ai risultati. Sorprende invece che questi sintomi si siano manifestati anche nei nuovi Paesi membri, per la prima volta chiamati a votare.
Fin dal 1979, le due maggiori caratteristiche delle elezioni del Parlamento europeo sono state: primo, il fatto che il voto espresso raramente abbia riflettuto l’opinione della gente sull’Europa o sulle performance del suo Parlamento. Piuttosto, i risultati sono sempre stati un riflesso dell’opinione pubblica sui propri rispettivi governi nazionali e anzi le elezioni europee sono state spesso viste come occasione per esprimere scontentezza e disaffezione verso i governi locali.
Il secondo aspetto invece riguarda la bassa partecipazione degli elettori e la loro apatia. Pochi hanno un’idea del perché si vota alle Europee e comunque sono totalmente all’oscuro dell’impatto che il loro voto potrebbe avere. Alcuni ritengono che il basso tasso di partecipazione sia il segno che la gente sia talmente soddisfatta dell’operato del Parlamento europeo da non vedere una reale necessità di dire la propria in occasione delle elezioni. Tuttavia, questa versione pare essere molto improbabile, visto che nelle cabine elettorali, poi, il supporto all’Europa è diminuito costantemente negli ultimi anni.
Quest’anno in Finlandia la partecipazione alle elezioni è sensibilmente aumentata rispetto alle scorse elezioni (41% contro il 31,4%). Questo aumento si spiega principalmente grazie al ruolo dei media nazionali nel sensibilizzare e guidare gli elettori verso le urne. In ogni caso, la partecipazione si è attestata ancora sotto la media europea (45,5%) e questo riflette la mancanza di un autentico nuovo entusiasmo nei confronti dell’Unione o del Parlamento europeo. Come la maggioranza degli altri Stati, come Gran Bretagna, Italia e Germania, in Finlandia il principale partito di opposizione, il “Conservative National Coalitional Party” ha raccolto il maggiore share di voti con il 23,7%. E comunque, è rimasto indietro rispetto ai risultati congiunti dei due maggiori partiti di coalizione di centro-sinistra al governo in Finlandia.
I risultati è che dei 14 seggi finlandesi in Parlamento, 3 sono andati ai Socialdemocratici e quattro per ciascuno al Partito di Centro e al Partito della Coalizione Nazionale. In altre parole, nessun sostanziale cambiamento dal 1999. Di nuovo, i veri vincitori sono state le personalità pubbliche facilmente identificabili dagli elettori come ad esempio l’ex Primo Ministro, Anneli Jaatteenmaki, costretto a rifirmare l’anno scorso come risultato delle accuse di avere usato una “fuga di notizie” sull’Iraq per vincere le elezioni.
Che questi risultati siano davvero il segno di quanto detto prima, ne è testimone il fatto che la maggioranza degli Europei è ancora essenzialmente ignara del funzionamento dell’Unione e inconsapevole di quanto l’Unione possa influenzare la propria vita quotidiana. I politici europei hanno fallito nel compito di educare la propria base d’elettorato sulle politiche dell’Unione e soprattutto in che maniera queste sono legate alla vita comune dei cittadini. Al contrario, i politici a livello nazionale si sono allontanati dal progetto europeo e spesso continuano a spiegare fatti e negoziazioni sull’Europa in termini di cosa si può perdere o guadagnare in ciascuno Stato membro. Raramente una spiegazione mette in evidenza il cosa e il come una nuova regolamentazione o un nuovo trattato possano influenzare positivamente il funzionamento dell’Unione e renderla più efficiente.
Il punto più raccapricciante della questione è il fatto che stiamo assistendo a questo sorta di “Eurostanchezza” proprio nel momento in cui l’Europa si trova ad essere molto più potente e visibile. In passato, molti dei traguardi europei furono raggiunti praticamente in sordina e le trasformazioni di lungo termine – il mercato unico, l’apertura delle frontiere, l’allargamento – richiesero in qualche maniera un processo piuttosto graduale.
In ogni caso, oggi l’Europa sta diventando sempre più potente e ha certamente ottenuto straordinari progressi in politica estera così come nella difesa, nella giustizia e in politica interna. L’Europa è stata attiva a Sarajevo, in Kosovo e in Congo. Non è più una semplice unione economica ma soprattutto, con la nuova Costituzione approvata, l’UE e le sue azioni influenzeranno anche i valori alle fondamenta di ogni Stato membro e della società civile. Pertanto, diventa sempre più urgente che i cittadini europei capiscano ciò che sta succedendo e partecipino a loro volta a questi cambiamenti. Altrimenti, il rischio è che l’Europa perda legittimità agli occhi della sua popolazione.
Un’Europa democratica non può essere creata indicendo semplicemente le elezioni europee. I politici a livello nazionale dovrebbero assumersi la responsabilità di educare i propri cittadini oltre a portare avanti campagne per vincere sugli avversari. Senza una conoscenza diffusa delle questioni europee e della loro incidenza sulla vita dei cittadini, il problema del deficit di democrazia e di legittimità dell’Europa non potrà essere risolto.
Helsinki, 23 giugno 2004


* Martina Rydman è ricercatrice al Foreign Policy Centre (Sportello Europa) e collaboratrice di Vision su diversi progetti dedicati all’’Europa. Si è laureata in Storia e Lingua Francese all’Università di Oxford e ha conseguito un master in Relazioni Internazionali alla London School of Economics. Ha in precedenza lavorato a Bruxelles su progetti di sicurezza in Europa Sudorientale.


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