Un'europa a due velocità. finalmente
Ann Mettler*
Alla fine, il “no” francese alla Costituzione europea ha ufficializzato l’esistenza di una Europa “a due velocità”, da tempo percepita da molti osservatori. Quello che oggi può sembrare uno scacco fatale alla riforma economica e ad allargamenti futuri può invece essere la futura salvezza dell’Europa. Finalmente, i paesi che hanno accolto l’agenda di Lisbona, il programma più ambizioso dell’Europa sullo sviluppo economico e sul mercato del lavoro, possono andare avanti senza preoccuparsi della Francia e degli altri vecchi membri – un club di attempate economie industriali il cui premiato “modello sociale” può essere sintetizzato in: tasse elevate, regimi di lavori rigidi e bassa crescita economica.
Contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, non sono più i paesi fondatori dell’Europa “core” i leader che la stanno guidando verso l’integrazione. Al contrario, l’integrazione è adesso governata da quei paesi che sono stati fino a poco tempo fa alla sua periferia – paesi che hanno imparato ad accettare le sfide e cogliere le opportunità della globalizzazione, invece di ingaggiare una inutile e distruttiva guerra contro di essa.
Dopo il “no” francese, è arrivato il momento di identificare e premiare quei paesi portabandiera della competitività in Europa. Invece di continuare a portare deferenza ai pigri paesi fondatori, ad altri paesi dovrebbe esser permesso di creare un gruppo di “crescita e occupazione” con speciale status di consigliere della Commissione Europea su strategie di successo per la riforma, un gruppo celebrato nei media e dalla opinione pubblica come il vero promotore di una “Europa sociale”, e persino autorizzato a pubblicare proposte su politiche di sviluppo chiave, come ad esempio la liberalizzazione dei servizi. La storia ha dimostrato un fatto interessante: l’Europa non funziona meglio quando cerca di armonizzare ciò che pare impossibile da armonizzare, ma quando crea dei “club” con standard molto elevati per accedervi – come per l’Euro o l’Unione in sé. Istituendo proattivamente un framework per una Europa a due velocità, la Commissione Europea creerebbe forti incentivi ai paesi ad unirsi al gruppo dei pionieri visionari che sta già proiettandosi in avanti verso un obiettivo così stimolante e ambizioso.
Che sia l’unione monetaria o l’allargamento, forzare i paesi a soddisfare certi criteri per accedere all’anelata Unione è stata l’unica carota che abbia portato finora risultati tangibili. Né l’ “Open Method of Coordination” usato dall’Agenda di Lisbona né i recenti piani triennali nazionali danno lo stimolo necessario per cambiare il destino in cui sembrano versare le economie dei vecchi stati membri.
Ciò di cui hanno bisogno i pigri economisti è uno strumento di policy efficace – un programma che sappia riscuotere interesse popolare e partecipazione della società civile, un club di nazioni vincenti che accolgano nuovi membri in base al merito e ai risultati raggiunti, e non in base ad appartenenze storiche e attitudinali o alla dimensione geografica.
I paesi dei gruppo “crescita e occupazione” dovrebbero riunirsi unicamente in meeting interni, nei quali discutere e approfondire strategie di policy vincenti, senza perdere il loro tempo – come di fatto avviene oggi – in vischiose battaglie ideologiche e rimestando le già più che conosciute differenze con i paesi dell’UE15.
Si dovrebbe dar loro anche grande discrezionalità nell’utilizzo dei fondi. Mentre l’Europa dei 15 potrebbe ben optare per il supporto alle sue industrie morenti, per il sussidio agli agricoltori e per la protezione dei propri interessi, gli altri dovrebbero essere autorizzati a usare i soldi dell’Unione per supportare l’economia della conoscenza e dei servizi e incanalare risorse verso la formazione continua e le attività imprenditoriali.
Per come stanno oggi messe le cose – e con la consapevolezza che la Francia non si farà intimidire nel promuovere piani per una leadership “tradizionale” non ancora così screditata da risultare inaccettabile agli occhi dei nuovi membri – una Europa a due velocità è l’unica speranza per far riprendere l’Unione. Forse se oggi Jaques Chirac dovesse spiegare ai suoi elettori perché sono esclusi da un gruppo di paesi innovatori pronti a garantire ai propri cittadini lavoro, prosperità e opportunità, la realtà lo costringerebbe a evitare di invocare costantemente la preservazione dell’ “Europa sociale” come scusa per giustificare una performance economica perennemente in perdita e per bloccare riforme necessarie e urgenti.
Bruxelles, 9 giugno 2005
*Ann Mettler è direttore esecutivo del Lisbon Council, un network riformista con base a Bruxelles.
Questo articolo è stato pubblicato originariamente sul Wall Street Journal.
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