La partecipazione silenziosa alle elezioni europee
Francesca Paci*
“La libertà non è star sopra un albero, non è neanche avere un’opinione, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione”. Cantava così nel 1972 l’artista italiano Giorgio Gaber, scomparso un anno fa, nel gennaio del 2002. Parole spesso utilizzate negli slogan del movimento pacifista che, dopo aver portato in piazza contro la guerra in Iraq milioni di persone in tutto il mondo, rivendica un ruolo sullo scenario internazionale. Parole che però suonano amare all’indomani del risultato deludente delle consultazioni europee, momento verità del cortocircuito tra società e politica, quando si è recato alle urne solo il 45,5% degli elettori, una percentuale che nei dieci nuovi paesi dell'Unione tocca il 26,7%. L’eccezione Italia, con il 73% dei votanti, si spiega con la forte polarizzazione interna che ha ridotto l’appuntamento ad una specie di referendum pro o contro il governo di Silvio Berlusconi. Il dato generale non cambia: 450 milioni di cittadini, più degli Stati Uniti, hanno detto ai loro rappresentanti che questa politica comunitaria non funziona, che i parlamentari seduti a Strasburgo non sono l’espressione dei rispettivi popoli, che un’assemblea non riconosciuta tradisce i principi della democrazia. E se il dissenso fosse una forma di partecipazione? Prendete la Polonia, che per l’80% ha disertato le urne. Un anno fa, la scelta per l’adesione all’Europa aveva appassionato i cittadini di Varsavia e Cracovia tre volte tanto, il 60% si era diviso tra avversari e sostenitori dell’integrazione fino alla vittoria dei sì. O le amministrative, partecipatissime ovunque, con i candidati costretti a contendersi fino all’ultima preferenza. Sondaggisti e sociologi analizzano ora le cause dell’astensione. Gli esperti di politica si concentrano sulle conseguenze. Il passato e il futuro. Il presente dov’è? Dove nessuno va a cercarlo: nelle nostre città, tra i nostri amici, nei luoghi di lavoro, tra la gente che continua a discutere di globalizzazione, terrorismo, altri mondi possibili migliori di questo, volontariato, aspirazione alla felicità. Davvero credete che l’era della politica sia tramontata? Che l’estetica post moderna, fondata sulla citazione, sulla giustapposizione di frammenti, sull’autoreferenzialità, abbia modellato anche le nostre coscienze? Siamo quel che vediamo in tivù? La mia opinione è che la diserzione del voto europeo sia una forma di partecipazione, non un calo d’interesse nella vita pubblica ma al contrario un segnale di dissenso. La campagna elettorale, quella sì postmoderna e autoreferenziale, ha mancato l’aggancio con i cittadini. Il risultato è stato l’astensionismo di massa. La partecipazione è l’anima della democrazia rappresentativa. Quella che l’editorialista del New York Times Thomas Friedman chiama “il software della democrazia”. Friedman sostiene che molti paesi, come per esempio l’India, possiedono l’”hardware della democrazia”, ossia libere elezioni. Solo pochi però hanno anche il “software”, governi responsabili, trasparenti, affidabili, capaci di arginare con lo scambio continuo tra società e politica le tentazioni demagogiche e populistiche cui anche l’Europa e tutto il mondo occidentale figlio dell’Illuminismo sono ancora sensibili. Il problema non è tanto risvegliare l’attenzione dei cittadini per la res publica, quanto dar voce politica alle obiezioni, alle proposte, alle domande, che continuano a trovare spazio nel privato. Per questo bisogna cogliere il suggerimento nascosto dietro l’astensione. L’Institute of Contemporary Art di Philadelphia dedica in questi giorni una mostra al “Grande nulla”, da Yves Klein a Ray Johnson, gli artisti che semplicemente dicono no. Le teorie della comunicazione, saccheggiate dagli uffici marketing, insegnano che il bianco, il silenzio, la pausa, la negazione assoluta, sono l’amplificazione ideale per il messaggio che segue. Apriamo gli occhi e tendiamo le orecchie. Cosa chiedono 450 milioni di europei che i loro rappresentanti politici non riescono ad afferrare, distratti come sono dai rumori di fondo che disturbano la comunicazione? Le loro risposte, assenti nei programmi politici e sui maggiori giornali, sono il voto non consegnato alle urne il 12 giugno 2004. Roma, 25 giugno 2004
* Francesca Paci, giornalista, lavora al quotidiano La Stampa dal 2000. Le sue aree d'interesse professionale sono immigrazione, Medioriente, diritti umani e questione femminile. È laureata in Lettere Moderne a Roma e ha conseguito il Master europeo in comunicazione multimediale e il Master di specializzazione post laurea in peacekeeping management presso l'Università di Torino. È autrice del libro "L’islam sotto casa, l’integrazione silenziosa" (Marsilio 2004) e coautrice de “Il Sonno della Ragione” [Vision (a cura di), Reset 2004].
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