I Giochi olimpici: Globalizzazione e Nazionalismo. E in mezzo?

Menachem Rabinovitz*

Quando ho visto la bandiera blu e bianca alta nel cielo e ho ascoltato le note dell’inno israeliano mi sono commosso. La conquista della prima medaglia d’oro irachena mi ha fatto riflettere.
Mi sono chiesto: cosa esattamente ci fa commuove del nazionalismo?
Come ci insegna Isaia Berlin, le voci della presunta morte del nazionalismo erano precoci.
I giochi olimpici, come simbolo della globalizzazione, si basano sullo spirito nazionale, prendono forma di evento globale ma racchiudono valori particolari. Il valore di nazioni concorrenti è lo stesso sia alle Olimpiadi che in politica, in economia o in guerra. Il valore dell’accumulazione di beni è lo stesso, siano essi medaglie d’oro o soldi.
Se valutiamo la globalizzazione a seconda della predominanza del valore nazionale, dobbiamo ristabilire se le Olimpiadi siano una cerimonia globale o meno.
Perché, ad esempio, la Commissione olimpica non ha deciso di istituire una corsa contro il tempo dei 4 corridori migliori al mondo nei 4x100? Perché gli economisti sviluppano modelli che cercano di trovare la correlazione tra medaglie d’oro vinte e valori nazionali? Che cosa si dice dell’America e della Cina, le nazioni con più ori? Non posso ignorare i valori di fratellanza e pace, anch’essi alla base delle Olimpiadi. Quello che cerco di capire è la tensione tra questi valori universali e quelli particolari.
La conquista della prima medaglia d’oro ha dato ad Israele qualche giorno di orgoglio e di gloria. Certamente la medaglia d’oro non ha però cambiato la povera realtà politica. I valori che hanno aiutato Gal Friedman a vincere la medaglia sono stati il coraggio, la speranza determinante e il mai arrendersi alla realtà. Sono questi i valori che hanno creato lo stato d’Israele e che hanno guidato il Sionismo. Sono questi i valori del processo difensivo israeliano. Questi sono allo stesso modo i valori del sistema economico occidentale. La triste realtà è che questi sono anche i valori dei politici e degli statisti israeliani. Che però non sono riusciti a risolvere il conflitto locale.
Così, adesso abbiamo una medaglia d’oro, ce l’abbiamo fatta!! E ammetto che ho pianto. Le prime lacrime erano di gioia, ma le ultime sono state di rabbia. Rabbia verso la manipolazione a cui sono stato sottoposto e che mi ha impiantato questo virus, rabbia per l’illusione che ci ha dato, rabbia perché questo “festival” olimpico non ha portato alcuna pace nel mondo e alcun benessere a tutte le persone sofferenti in Sudan.
Penso che i milioni di dollari investiti nella sicurezza dei Giochi avrebbero potuto aiutare alcuni di loro, o no?

Gerusalemme, 6 settembre 2004


* Menachem Rabinonitz, 35 anni, ha un master in Storia delle Idee ed è PhD in Policy e Filosofia. Si è formato con un programma biennale esclusivo di leadership promosso dalla Mandel School di Gerusalemme. È il più giovane preside di Gerusalemme e consulente in Education e formazione. Attualmente si sta anche occupando di fondare una nuova think tank in Israele dedicata a promuovere in loco il pensiero civile razionale, in stretta cooperazione internazionale con altre think tank leader europee come Vision. È coautore de “Il Sonno della Ragione” [Vision (a cura di), Reset 2004].


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